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Guardando il modello di sviluppo della Cina, la domanda che ci poniamo per il futuro è: “Statalizziamo o liberalizziamo in Italia?”

Qualche spunto si può ritrovare leggendo questa mia riflessione

“Una società sana non dovrebbe avere una sola voce”.

Questa è la frase del giovane medico cinese morto di corona virus a Wuhan. Una frase che sfida la struttura del contratto sociale cinese, che sacrifica alcune libertà individuali sull’altare dello sviluppo economico.
Non possiamo nascondere i successi ottenuti dalla Cina negli ultimi 30-40 anni, che hanno permesso a centinaia di milioni di persone di uscire dalla povertà, divenendo la seconda potenza economica al mondo. Questi risultati, non c’è dubbio, sono stati ottenuti anche grazie a un forte potere centralizzato che ha saputo mobilitare enormi risorse per costruire infrastrutture e fare profonde riforme.
Man mano che il popolo cinese è diventato più benestante ha cominciato, però, anche a chiedere maggiore dignità oltre al benessere materiale.

Pechino deve far evolvere il proprio stile di governo: un’economia avanzata e basata sulla conoscenza non può pretendere dai suoi cittadini un’obbedienza robotica e il mondo intero deve incoraggiare la Cina ad essere più trasparente, aperta al dialogo e tollerante.
Il modello della pianificazione centralizzata delle risorse, che non vuol dire necessariamente “statalizzazione” di tutti i comparti dell’economia, ma che certamente presuppone un forte indirizzo e controllo sui settori più strategici, se abbinato al rispetto delle comunità, che sono parte integrante della crescita e del progresso, possono dare grandi risultati a qualsiasi nazione in un momento di profondo cambiamento.

Il riconoscimento Unesco di Ivrea, città industriale del XX secolo è anche l'identificazione di un modello alternativo di visione di comunità, in cui la cultura, nel processo di modernizzazione avviato a partire dal secondo dopoguerra in Italia, è valore e