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Una riforma della giustizia è urgente e indifferibile

È difficile parlare di giustizia se non si è stati magistrati o avvocati, ma forse una persona con esperienza manageriale associata a sensibilità giuridica potrebbe fornire utili spunti di riflessione.

Se partiamo dal messaggio di Mattarella del 18 giugno, comprendiamo quanto la riforma della giustizia sia divenuta urgente e indifferibile, non solo perché il nostro paese rischia di non essere più credibile sul piano internazionale al punto di non attrarre più gli investitori, allarmati da un sistema giudiziario incapace di garantire tempi certi e esiti prevedibili, ma anche perché i ritardi della giustizia, come ricorda uno studio  Cer Eures, costano 2,5 punti di PIL, vale a dire 40 miliardi, una cifra enorme, superiore a quella di qualsiasi manovra finanziaria.

Occorre depenalizzare, trasformando in sanzioni amministrative e pecuniarie, molto più temute delle pene carcerarie peraltro spesso soltanto teoriche, molte fattispecie di reato che oggi prevedono la reclusione.
Si deve poi iniziare un nuovo percorso che favorisca il reinserimento lavorativo e sociale del detenuto, per abbattere la recidiva e per garantire maggiore sicurezza sociale che ogni cittadino giustamente reclama.

I tribunali italiani sono ingolfati da milioni di cause per reati di modesta entità: basti pensare al reato di clandestinità che riempie le procure di fascicoli senza nessuna incidenza nel contrasto alla criminalità.
Servono riti veloci e abbreviati al fine di favorire il patteggiamento e mandare a processo solo fatti gravi e controversi.

Che dire della prescrizione così come voluta dal Minustro Bonafede?! Così come riformata non risolve alcun problema, al contrario li amplifica non essendo inserita all’interno di una vera riforma complessiva della giustizia.

E che dire della giustizia civile?! È arrivata al capolinea: nei tribunali mancano le specializzazioni afferenti le competenze del mondo delle imprese e del lavoro.

E della giustizia amministrativa?! Qualcuno vorrebbe abolire i TAR che bloccano troppe opere e attività di sviluppo territoriale. Non sono in grado di dire se è giusto o sbagliato, ma certamente constato che così non si può andare avanti e che bisogna eliminare i rischi di ricorsi infondati.

Infine, che dire del ritardo della digitalizzazione nel sistema giudiziario. Qui si potrebbe aprire un discorso molto lungo che farebbe immediatamente comprendere che si potrebbero ridurre le perdite e migliorare la produttività.
Le risorse del Recovery Fund dovranno essere indirizzate a riforme vere, tra le quali quella della giustizia, se non vogliamo assistere nei prossimi 30 anni a una continua perdita di competitività del nostro paese, che ha già ampiamente sofferto nell’ultimo trentennio se lo si paragona ai maggiori stati produttivi dell’Europa.

Parlamento e Governo hanno un’occasione storica che deriva da una precisa richiesta dell’Europa, che in qualità di cittadina italiana, avrei preferito non fosse il principale stimolo verso le riforme. Ma tant’è: l’Italiano ha sempre bisogno di essere spronato sulle riforme che continuerebbe per sua indole a rinviare per non dover affrontare la fatica del cambiamento che, oggi invece, è ineludibile.

Il riconoscimento Unesco di Ivrea, città industriale del XX secolo è anche l'identificazione di un modello alternativo di visione di comunità, in cui la cultura, nel processo di modernizzazione avviato a partire dal secondo dopoguerra in Italia, è valore e

Il riconoscimento Unesco di Ivrea, città industriale del XX secolo è anche l'identificazione di un modello alternativo di visione di comunità, in cui la cultura, nel processo di modernizzazione avviato a partire dal secondo dopoguerra in Italia, è valore e