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Sul DL scuola: “Nelle scuole non si insegna, si impara insieme”.

Un tratto caratteristico della rivoluzione digitale e dell’attuale contingenza sociale è che, a differenza di quanto è avvenuto con le diverse rivoluzioni industriali, diventa ancora più difficile costruirsi da soli il proprio futuro: occorre, infatti, farlo in modo olistico in stretta relazione e collaborazione con gli altri, con forte senso di appartenenza a una comunità, qual è la scuola.

Potremmo pensare a un cambiamento guidato da un motto: Nelle scuole non si insegna, si impara insieme”.

Un processo di ibridazione costante tra generazioni in una comunità aperta che stimola i talenti, le idee innovative e creative e non necessariamente solo i meritevoli, seppur selezionati in base a criteri rigorosi.

Sia scienziati, sia analisti ci dicono che il mondo è diventato e sarà sempre più complesso e incerto con la conseguenza che il sistema di formazione non può più essere lineare e statico: mi riferisco a un semplice trasferimento di conoscenze dal docente che sa, all’allievo, che sicuramente non sa ancora, perché, per quanto logico e robusto non è più in linea con la velocità dei nostri tempi, ma soprattutto con la complessità alla quale accennavo.

La scuola deve fornire la cassetta degli attrezzi ai giovani e aprirsi a una stretta collaborazione con le aziende e con i principali attori dello sviluppo economico, realizzando insieme progetti concreti sui quali gli studenti possono e devono cimentarsi per imparare ad affrontare problemi complessi, utilizzando di volta in volta gli attrezzi di quella cassetta messa a disposizione dagli insegnanti per stimolare il pensiero innovativo, creativo, laterale.

La scuola ci continua a formare in vista di un successo individuale nella competizione con gli altri proprio in un’era in cui, invece, la collaborazione è una necessità sempre più urgente. Gli insegnanti ci hanno spesso raccontato che l’obiettivo dell’istruzione è superare gli altri e poter guadagnare di più.

Oggi, dopo quanto essere successo e in vista di un ridimensionamento mondiale della ricchezza abbiamo la possibilità di ripensare la didattica da cima a fondo, avendo a cuore le giovani generazioni che costituiscono il capitale umano del futuro e che si presentano sulla scena sociale sempre più fragili e disorientate.

Ferruccio de Bortoli sul Corriere ha affrontato la ripartenza del paese toccando un argomento estremamente importante, quello del capitale umano e della povertà educativa. Quest’ultima riguarda molti bambini e adolescenti che vivono nei contesti più poveri delle città o anche nei territori interni delle zone alpine o appenniniche dove non arriva la banda ultra larga. Il MISE vorrebbe però nel decreto rilancio assegnare i voucher per l’accesso alla BUL a fine estate.

Le tecnologie devono definitivamente togliere le disuguaglianze sociali che da Nord a Sud sono sempre più presenti nel nostro paese.

Già prima della pandemia l’Italia viveva gravi disparità sul fronte delle opportunità sociali e educative con più di un milione di minori in condizioni di povertà assoluta e quasi il 14% dei ragazzi che abbandonano prematuramente lo studio, rappresentando uno dei tassi più alti in Europa.

Con la chiusura delle scuole e le difficoltà della didattica a distanza il rischio non è solo la perdita di apprendimento, ma la perdita della stesa motivazione allo studio, difficilmente recuperabile soprattutto se accompagnata dal drastico impoverimento delle famiglie.

Proteggere e far crescere il capitale umano è una responsabilità che appartiene alla politica e allo Stato e gli imprenditori, che possono essere protagonisti di questa sfida, accanto alle istituzioni, alle famiglie, al terzo settore per una robusta lotta alla povertà educativa.
Per ciascuno di quei bambini che resta indietro, non dobbiamo dimenticare che è il sistema paese a perdere un’opportunità di andare avanti, perché dietro a quei bambini c’è la futura classe dirigente dell’Italia.

La scuola ci continua a formare in vista di un successo individuale nella competizione con gli altri proprio in un’era in cui la collaborazione è una necessità sempre più urgente. Gli insegnanti ci hanno sempre raccontato che l’obiettivo dell’istruzione è superare gli altri e poter guadagnare di più.

Oggi forse abbiamo la possibilità di ripensare la didattica da cima a fondo.

Mai come i questi momenti c’è bisogno di visione e forse è proprio nella storia dell’impresa italiana che bisogna guardare: Adriano Olivetti per primo capì l’importanza di supportare come imprenditore un sistema di welfare che avesse a cuore i suoi operai e le loro famiglie. Portó i libri in fabbrica e costruì gli asili nido per i bambini dei sui dipendenti, contribuendo con la sua impresa alla crescita di una nuova cultura a partire dall’educazione.

Abbiamo un’opportunità ma anche un dovere di riscrivere il futuro per le giovani generazioni mettendole tutte agli stessi nastri di partenza.

Il riconoscimento Unesco di Ivrea, città industriale del XX secolo è anche l'identificazione di un modello alternativo di visione di comunità, in cui la cultura, nel processo di modernizzazione avviato a partire dal secondo dopoguerra in Italia, è valore e

Il riconoscimento Unesco di Ivrea, città industriale del XX secolo è anche l'identificazione di un modello alternativo di visione di comunità, in cui la cultura, nel processo di modernizzazione avviato a partire dal secondo dopoguerra in Italia, è valore e